Può uno sguardo fare paura?
Può confondere, togliere ogni sicurezza rispetto al proprio
modo di essere in relazione alle situazioni?
Può la semplice presenza di 'quella' persona, farci sentire
inadeguate ad ogni contesto, incapaci di affrontare e risolvere
qualsiasi problema? Uno sguardo che ci accompagna e ci giudica
in ogni minimo gesto quotidiano, che ci fa sentire di non essere
mai come 'dovremmo' essere.
Può uno sguardo, quello sguardo, essere su di noi anche
se quella persona non è con noi in quel momento?
E può essere che quello sguardo appartenga ad una persona
cara, ad un fidanzato, un marito, un padre o un famigliare?
Io credo proprio di sì e credo che spesso dentro la sensazione
di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro
agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente
provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di
violenza psicologica, esercitata all'interno della sfera privata.
Non ci sono solamente le violenze ed i maltrattamenti fisici
che segnano profondamente le persone, ma anche quelli psicologici
che non lasciano lividi ed escoriazioni visibili nel corpo,
ma non di meno producono ferite in luoghi non visibili, dentro
le persone, e segnano profondamente la loro vita.
Possono essere violente le parole? Possono i toni di voce o
i silenzi ferire e, se protratti, togliere ogni sicurezza e
gioia di vivere? Sì, ci sono parole che possono ferire
profondamente come pugnali, possono essere usate per umiliare
e giorno dopo giorno possono distruggere una persona. Ci sono
aggressioni che non agiscono direttamente sul piano fisico come
uno schiaffo, una spinta, un pugno, un calcio, ma giorno dopo
giorno creano un clima invivibile ed attuano un processo di
distruzione psicologica attraverso parole denigratorie continue
(non sai fare nulla, sei proprio una persona inutile, che cosa
vuoi parlare tu che non sei nessuno, solo una povera idiota
potrebbe fare quello che fai tu). E poi ci sono i gesti ed i
silenzi accusatori, gli sguardi e i toni di voce di continua
disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta.
Un clima di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento
o comportamento viene ritenuto sbagliato, inadatto. E questo
non è tanto perché, come chi perpetra violenza
psicologica vorrebbe far credere, è un comportamento
ad essere preso di mira, ma è invece presa di mira la
persona in quanto tale, in ogni cosa che fa ed in cui manifesti
la propria individualità e la propria identità.
Non a caso la violenza psicologica, silenziosa ed invisibile
ma non per questo meno devastante di quella fisica, viene esercitata
sulle donne per lo più in famiglia o nella coppia, da
un padre, un marito o un fidanzato che, in questo modo, ribadisce
il proprio dominio e la propria superiorità.
| Parole, gesti, toni allusivi, offese
velate o esplicite che possono umiliare, distruggere lentamente
ma in profondità, senza sporcarsi le mani. |
E la cosa più terribile è proprio quando questo
atteggiamento viene attuato da una persona cara, che si ama
o si è amata profondamente e verso la quale ci si è
aperti e con fiducia.
La violenza psicologica è un processo di distruzione
costituito da manovre ostili che possono essere esplicite o
nascoste. La svalutazione di tutto ciò che una persona
fa o pensa, a cui è interessata o in cui crede. Oppure
la limitazione della libertà di movimento, come impedire
alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la
pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando
la rinuncia come prova d'amore o di fedeltà.
O ancora la limitazione della libertà economica, mettendo
la persona in condizione di dover chiedere per far fronte ad
ogni esigenza personale e famigliare.
Ma possono essere anche manovre più nascoste come il
sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche
in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, mettendo
costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di
decisione.
Tutto questo protratto nel tempo fino a destabilizzare una persona
e distruggerla senza che chi le sta intorno se ne accorga e
possa quindi intervenire.
Le donne sottoposte costantemente a questo clima 'vacillano',
cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti,
si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o
vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei,
scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno
non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna
resta isolata, senza appoggio.
La violenza psicologica è una violenza oggettiva, chi
subisce aggressione psichica è sottoposto ad un evento
traumatico, chi è sottoposto a violenza psicologica si
trova in uno stato di stress permanente.
Nella coppia la violenza psicologica è spesso negata
e banalizzata. Si tende troppo spesso a considerare la donna
complice dell'aggressore perché non riesce, non sa o
non vuole ribellarsi, ma questo è esattamente il risultato
della violenza esercitata. La vittima di violenza psicologica
è paralizzata, confusa, sente il dolore, la sofferenza
emotiva, ma non riconosce l'aggressione subita.
| Il problema relativo alla violenza
psicologica, infatti, è relativo al riconoscimento
di essa, alla consapevolezza di esservi sottoposti. |
La difficoltà per molte donne è legata al dover
ammettere a se stesse di amare o aver amato qualcuno da cui,
invece, ci si deve difendere; al dover abbandonare l'ideale
di amore romantico per cui il fidanzato o il marito che offende
o denigra, con il nostro amore, cambierà. Occorre rinunciare
all'ideale di tolleranza femminile e spesso, molto spesso, è
difficile arrivare da sole e senza aiuto a riconoscere di essere
state sottoposte ad aggressioni psicologiche.
Occorre chiedere aiuto, occorre venire aiutati da esperti.
Spesso l'unica soluzione è chiedere aiuto in relazione
alla presenza dei sintomi che derivano dalla costante tensione
interiore, dal dover reggere la situazione, sforzandosi di non
reagire, spesso di comprendere e giustificare e ancora dallo
stress che la confusione stessa genera.
I segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del
sonno, nell'irritabilità, nell'insorgenza frequente di
mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in
un continuo stato di apprensione, di tensione costate e di ansia.
Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui
è opportuno verificare l'origine per poter, spesso lentamente
e con fatica, prendere consapevolezza delle aggressioni subite,
comprendere perché le si è assorbite e ridefinire
i propri limiti di tollerabilità, in modo che non vengano
mai più oltrepassati.
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