La gran parte delle aggressioni violente
si verificano tra persone che hanno una qualche forma di rapporto,
da quello di amicizia a quello di parentela. Sono, cioè, violenze
che si consumano, non di rado per lungo tempo, all'interno di relazioni
fiduciarie in cui per naturale inclinazione si è portati ad
affidarsi a qualcuno, nel senso di fidarsi, cioè sentirsi al
sicuro, al riparo. E' proprio questa circostanza che rende opaca la
visibilità sociale di questo fenomeno. La rende opaca e, insieme,
indicibile. Perciò non riconoscibile.
Ma oggi possiamo parlarne, dobbiamo farlo. Le testimonianze delle
donne chiedono un resoconto agli uomini, a noi uomini, che non può
più essere differito. E' un loro diritto ed è un nostro
dovere scrivere quel resoconto con i comportamenti, con i fatti. Noi
uomini, di fronte a tale fenomeno, anche se non siamo direttamente
coinvolti e attori in prima persona di comportamenti violenti, molto
spesso (quasi sempre?) chiudiamo gli occhi, facciamo come se il problema
non esistesse. Ci comportiamo come se il problema fosse solo delle
donne, al massimo di qualche uomo già segnato dallo stigma
della devianza, della malattia o della esclusione sociale.
Purtroppo (per le donne ma anche per gli uomini) non è così.
Anche le ultime indagini ci dicono che la gran parte degli episodi
di violenze contro le donne sono esercitate da uomini al di sopra
di ogni sospetto, da uomini come noi, uomini qualunque, uomini "normali".
Parlarne non basta, ma è il primo indispensabile passo per
dirci come mai il genere maschile attiva tali comportamenti nei confronti
dell'altro genere, quello femminile, con cui condivide la storia quotidiana
delle relazioni, della socialità, della vita che cresce.
In generale gli uomini hanno paura di fare tutto ciò. Noi uomini
abbiamo paura. Forse il timore è di perdere una parvenza di
potere di supremazia di giudizio e di valutazione? Forse il timore
è di ritrovarci come un "re nudo" di fronte ai propri
limiti ed alle proprie responsabilità? Forse è la percezione
sottile che stabilire rapporti di reciprocità con le donne
è ben più faticoso dei rapporti di potere? Se pensassimo
alla ricchezza delle diversità che si incontrano forse comprenderemmo
meglio l'arida e apparente tranquillità delle diversità
che si escludono.
La violenza alle donne non è solo un fatto personale, privato,
individuale. E' un fatto sociale il cui conto appartiene al genere
maschile, non a quello femminile. Le violenze da fiducia sono le peggiori
perché tradiscono alle origini un sentimento che appartiene
alle origini delle relazioni e alla loro stessa possibilità
di essere vita.
Quali sono gli elementi che caratterizzano in particolare le violenze
da fiducia?
- Il primo è quello della trasversalità del fenomeno
che non obbedisce alle logiche della stratificazione sociale. Esso,
infatti, riguarda autori appartenenti a livelli tanto medio-bassi
quanto medio-alti delle condizioni socio-culturali e dello status
sociale.
- Il secondo elemento è quello della continuità nel
tempo. Tale continuità, peraltro, risulta tanto più
erosiva dell'autostima femminile in quanto alterna le violenze alle
'petizioni' di "perdono" da parte dell'uomo che, inevitabilmente,
creano per la donna una spirale quotidiana di attese e di smentite,
di speranze e di disillusioni.
- Il terzo elemento è quello della concomitanza con altre forme
di violenza, quali le lesioni, le percosse, le minacce, che compaiono
contestualmente alla violenza primaria. In particolare per la violenza
sessuale essa non si rappresenta quasi mai come esito di un comportamento
attivato in preda a raptus improvvisi o incontrollabili.
- Infine, il quarto elemento è quello della durata. Lunga,
spesso la sua conclusione coincide con l'età adulta dei figli
e delle figlie e con la loro emancipazione esistenziale ed economica.
Ma il percorso è sempre accidentato dalle collusioni strumentali
che i padri violenti attivano rispetto ai figli e che le donne-madri
vivono come un esito ancora peggiore delle violenze esercitate direttamente
sulla propria persona.
Siamo di fronte, dunque, alla espressione di un clima relazionale
di violenze ordinarie della vita quotidiana. Violenze di fronte alle
quali la decisione di interrompere quel rapporto, anche quando compare,
non si configura quasi mai per la donna come un atto improvviso o
praticato a fronte delle prime manifestazioni di violenza del partner.
Infatti, si ritrovano sempre tracce di attesa da parte della donna
nella speranza di un cambiamento nel comportamento del marito. Cambiamento
puntualmente disatteso. Ciò che si propone quasi come una costante
è la disponibilità femminile a provare di nuovo, a offrire
all'uomo una ulteriore chance di revisione del proprio modo di agire.
E' una sorta di sospensione fiduciaria, ancora una volta la "fiducia",
che in molti casi diventa una condizione definitiva di rapporto, un
percorso senza ritorno e senza apparenti vie di uscita. Un vincolo
relazionale sempre più difficile da recidere.
Non c'è un prima e un dopo l'episodio di violenza. C'è
una pendolarità distruttiva che alterna la violenza verbale
al maltrattamento fisico, la sessualità violenta alla violenza
sessuale, la comunicazione oltraggiosa e offensiva al silenzio pieno.
Silenzio che è un macigno di indifferente aggressività,
una estraneità totale verso la relazione e un misconoscimento
dell'altra come soggetto. E' proprio questa pendolarità costante
tra la visibilità e la non visibilità della violenza,
tra la sua trasparenza e la sua inafferrabilità, che produce
anche motivi e occasioni di ambivalenza nello stesso comportamento
femminile la cui espressione più forte probabilmente risiede
proprio in quei lunghi anni di attesa e di sofferenza prima di poter
dire "basta". Decisione che, ovviamente, risulta difficile
da assumere per una pluralità di vincoli ai quali la donna
è legata.
Si tratta di quei vincoli che pregiudicano, almeno inizialmente, l'attivazione
di un percorso che parrebbe razionalmente risolutivo ma che impone
una elaborazione di un "lutto", di uno scacco che riguarda
la propria identità, la propria immagine, innanzitutto rispetto
a se stessa, oltre che rispetto ad una costruzione sociale che invoca
la rappresentazione dell'ordine familiare, non quella del suo contrario.
Forse è anche per questo motivo che in tutte le ricerche e
le testimonianze riusciamo a cogliere, a dispetto di un certo buon-manierismo
ancora dominante, una latente "verità" secondo cui
le donne "vittime" delle violenze da parte dei partner tendenzialmente
pongono come prioritario nell'ordine delle rilevanze il desiderio
che quella relazione non sia violenta, non la decisione di porre fine
alla stessa o di denunciare l'uomo. Finché possono, ovviamente.
Un altro vincolo è relativo alla perseveranza quasi ostinata
nel volere assumere su di sé e ricercare dentro di sé,
specie nella fase iniziale della violenza, le ragioni del comportamento
maschile, come a volerne comunque condividere le responsabilità.
Infine, ma non certo ultimo motivo, anzi forse in qualche modo esso
rappresenta la ragnatela dei vincoli, è la percezione forte,
anche se non sempre chiara in tutte le sue composizioni e sfumature,
che la decisione della denuncia o della chiusura definitiva del rapporto
rappresenta il sigillo, la certificazione insieme sociale e soggettiva,
pubblica e privata, di un pesante scacco del pensiero e dei sentimenti
da gestire, ed elaborare, innanzitutto per sé e di fronte a
sé. E questo è lo scacco della dissociazione, difficile
da ricomporre, tra il proprio sé e il sé che viene riflesso
dalle relazioni che si vivevano come le più significative,
per sé, appunto: quella col proprio coniuge, quella con i figli
e le figlie e quella, insieme, con questi ultimi e con il partner.
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